Lanzarote

A fine novembre mi trovavo a Lanzarote, l’isola più a nord-est dell’arcipelago delle Canarie.

Non avevo idea di cosa aspettarmi da questa terra, ma l’obbiettivo era noleggiare un’auto ed esplorarla, il mio modo preferito per scoprire e viaggiare.

Sceso dall’aereo, quindi, mi dirigo ad un autonoleggio, e anche se il prezzo mi sembrava poco onesto, dopo qualche trattativa abbiamo raggiunto un accordo, non chissà cosa, ma meglio del prezzo iniziale.

Appena uscito dal parcheggio, dopo neanche 5 minuti di guida, mi rendo conto di quanto questo isolotto, sperduto in mezzo all’oceano, sia selvaggio e desertico, collegato da infinite strade dritte, che attraversano campi incolti, scuri e rocciosi - d’altronde che aspettarsi, queste isole si sono create migliaia di anni fa, frutto dell’eruzione dei vulcani che ancora oggi sono attivi - un isola di lava secca e sabbia insomma.

Il primo giorno lo passo alla guida, riuscendo praticamente a fare il giro ad anello, fermandomi esclusivamente dove l’istinto mi suggeriva, tra paesi con le case completamente bianche, che in mezzo a tutta quella terra scura risaltavano e luccicavano, e parcheggi panoramici a strapiombo sul mare.

Verso sera taglio l’isola a metà per dirigermi verso Famara, una spiaggia a nord, luogo dove soggiornerò per i prossimi 4 giorni, ma che in realtà sarà solo la base di partenza per poi muovermi giornalmente verso mete più precise.

Ovviamente sono a Lanzarote anche per un altro motivo, il Surf: mi ha sempre affascinato come sport, ma non ho mai avuto moltissima occasione di farlo, l’ultima volta lo feci 2 anni prima in Portogallo, in un viaggio improbabilissimo, al quale decisi di partecipare praticamente 3 giorni prima della partenza - La fortuna volle che un ragazzo del gruppo originale, dovette rinunciare all’ultimo, quindi dopo una telefonata completamente random con questo mio amico sono subentrato - Insomma non vedevo l’ora di riprovare a salire sulla tavola.

Arrivai nel tardo pomeriggio all’ostello, era propio una di queste tipiche casette tutte bianche, con finestre e persiane rigorosamente blu, un piccolo balconcino che faceva da ingresso con vista su dune di sabbia e mare.

All’interno c’era un buon profumo di vaniglia, e la casa era semplice ma ben disposta, c’erano foto dell’isola e di surfisti appese sul muro del soggiorno, era spazioso, con due divani anch’essi blu e un tavolo pieghevole.

A destra andavi in cucina, a sinistra nel corridoio che portava alla camera con i letti a castello, ho lasciato molto velocemente l’unica borsa che mi ero portato per tutto il viaggio, e sono uscito, macchina fotografica in mano, alla ricerca di un posto per cena.

Il secondo giorno fu all’insegna del vento incessante - non che migliorò nei giorni successivi -  ma finalmente rientravo in acqua.

Fu meno traumatico del previsto, mi ricordavo tutto abbastanza bene, e dopo un paio di correzioni da parte del maestro andavo tranquillissimo, completamente in solitaria - ovviamente non parliamo di chi sa quali onde, ma anche quel poco che facevo, lo facevo discretamente bene secondo me.

Due dei 3 giorni rimanenti volarono cosi in spiaggia, in mezzo alle onde, facendo amicizia con Dejan, l’istruttore.

Aveva l’aspetto di un signore tra i 40 e i 45 anni, alto, snello, e agilissimo, capelli biondi e gli occhi pieni di bontà.

Mi disse che era brasiliano e che in realtà di anni ne aveva 65. Rimasi imbambolato qualche minuto quando me lo disse, incredulo, tanto che persi il filo e non gli feci altre domande sulla sua storia.

Che peccato a ripensarci!

Mi fece subito delle domande anche lui, le solite di circostanza: età, paese, lavoro. si soffermò propio su questo’ultimo, facendomi un sacco di domande tecniche su attrezzature fotografiche e quant’altro, si vedeva che era appassionato, alla fine la fotografia faceva parte anche del suo lavoro, quando si rendeva conto che il gruppo era abbastanza autonomo, anche lui tirava fuori dal suo zaino la camera, per scattare foto da regalare ai partecipanti.

Si era creata una buona alchimia tra noi, tant’è che mi propose di passare l’ultimo giorno insieme ad un gruppo, a fotografare per la scuola di Surf.

Avevo in programma di fare un ultimo giro dell’isola ma decisi di rinunciare, alla fine avevo già visto tutti i luoghi che mi ero prefissato, perciò accettai, e il giorno successivo ero di nuovo in spiaggia, senza muta e tavola questa volta, ma solo con la mia piccola Leica Q2.

Non la camera ideale per un lavoro del genere pensai, però non potevo fare altrimenti, è stata una bella sfida.

L’ultimo giorno arrivò, la sera prima a malincuore, salutai il mio caro Dejan e andai a letto presto. Decisi di svegliarmi di buon ora per vedere l’isola all’alba, e cercare un famoso relitto di cui avevo sentito parlare giorni prima.

Lungo il tragitto, c’erano un infinità di casette abbandonate nel nulla, poi di colpo, dopo un ora di macchina avvolto da un paesaggio marziano, vidi la costa e il mare, illuminate dalle luci calde della mattina, peccato che tutta l’estasi di quella vista durò neanche 1 minuto, perché proseguendo, spuntò fuori da dietro una collina un ecomostro, a strapiombo su quella bellissima scogliera, una raffineria.

Ero già pronto alla cosa, anzi cercavo propio quell’ammasso di cemento e petrolio, perché la nave in questione era propio una petroliera che si incaglio anni fa, e che rimane ancora oggi arenata quasi alla riva della spiaggia, diventata ormai un attrazione turistica.

Non mi stupì particolarmente, e non avevo neanche abbastanza tempo, dovevo riconsegnare l’auto ad un certo orario. Fu una toccata e fuga, ma non c’era molto altro da fare, non si poteva neanche salire, perciò feci due foto di rito e scappai in aeroporto.

In aeroporto mentre aspettavo il gate, neanche a farlo apposta si sedette di fianco a me un ragazzo, era nel mio stesso ostello, ma in un altra casa. Non ci avevo parlato moltissimo questi 4 giorni, ma recuperammo tutto li in venti minuti.

Mi racconto che viveva in Olanda e che faceva lo sciamano, cercai di rimanere impassibile, o almeno credo di esserci riuscito.  Era un ragazzo normalissimo, indossava un jeans e una camicia bianca, e si portava dietro una valigia gialla, a vederlo cosi avrei detto che fosse più un ricercatore universitario, un po esaurito e con pochi cappelli in testa.

Mi sforzai di rimanere serio e senza pregiudizi, mi raccontò qualcosa in più, ma non compresi bene come vivesse. Fui salvato dalla voce dell’aeroporto che chiamava il suo volo - Non perchè mi disturbasse chiacchierare con lui, anzi, era gentilissimo, ma propio non riuscivo a comprendere come vivesse, e poi avevo finito le domande da fargli - Ci salutammo augurandoci buona fortuna, e ognuno prese la sua strada.

Mi chiedo dopo aver incontrato un improbabile sciamano olandese, cosa potrà capitarmi in un prossimo viaggio, sicuramente qualcosa di più banale.

Fino ad allora posso solo immaginare.

Avanti
Avanti

Notte al rifugio Tito Zilioli